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"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

Neocatecumenali: Kiko non farebbe nulla senza l’approvazione del Papa


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Madrid, primi anni ’60. Francisco (Kiko) Argüello è un giovane pittore con uno studio vicino a Plaza de España. Per le vacanze natalizie torna a casa dai genitori. Trova la cuoca in lacrime. Le racconta del marito sempre ubriaco, del figlio che tenta di ribellarsi al padre che minaccia di ucciderlo. Kiko ascolta e sente che Dio lo chiama ad aiutarla. Va a vedere dove abita: a Palomeras Altas, nella periferia della città, “in una baracca orribile, in mezzo a tante altre”, racconta. Vede l’uomo che insulta tutti i figli fino ad urinare loro addosso. Prova ad aiutare l’uomo a disintossicarsi dall’alcol, ma i tentativi falliscono. Kiko non sa che fare, finché a un certo punto pensa: “E se Dio mi stesse dicendo di lasciare tutto e di andare a vivere lì per aiutarli?”. E così fa: “Lasciai tutto e andai a vivere con quella famiglia. Dormivo in una piccolissima cucina, che era piena di gatti”. Come Nietzsche si chiede: “O Dio è buono e non può far nulla per questa gente, o Dio può aiutarli e non lo fa, e allora è cattivo”. Poi, come un’illuminazione: “Se Cristo ritornasse oggi desidero che mi trovi ai piedi di questo ultimi, ai piedi di Cristo crocifisso”. E continua: “Sapete cosa vidi lì? Non quello che dice Nietzsche, ma Cristo crocifisso. Vidi il mistero della croce di Cristo”.

kiko palomerasÈ qui, in una baraccopoli molto simile alle villa miserias frequentate dal cardinale Jorge Mario Bergoglio a Buenos Aires, che Kiko dà inizio assieme a Carmen, una donna anch’essa impegnata fra gli ultimi, a quello che un giorno diventerà il Cammino Neocatecumenale, oggi 22mila comunità di cui 4500 in Italia (da 20 a 50 persone ciascuna), in 110 paesi. Dice don Ezechiele Pasotti, per venti anni prefetto agli studi al seminario Redemptoris Mater di Roma e stretto collaboratore di Kiko: “Tutto è nato fra baraccati, zingari, poveri, ex prostitute… Kiko e Carmen hanno dato loro Cristo, senza tanti discorsi, pane al pane: siamo tutti peccatori, schiavi della paura della morte, dicevano. Cristo è venuto per farci liberi, non più schiavi”.

Il Cammino non è un’associazione né un movimento ecclesiale. È un itinerario d’iniziazione alla fede cattolica. Vivendo l’esperienza cristiana in comunità e recuperando il modello ecclesiale dei primi secoli, i neocatecumenali fanno un percorso a ritroso, d’iniziazione appunto, fino a riscoprire il significato profondo del battesimo. Il primo nostro faro fu l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI. Chiese l’apertura alla vita. La prendemmo sul serio: per questo le famiglie con tanti figli, non sono una nostra fissazione, ma un prendere fino in fondo sul serio quell’enciclica”.

Già, l’Humane Vitae, che però non giustificava il femminicidio: “E non lo ha giustificato Kiko il 20 giugno in piazza San Giovanni  –  dice don Pasotti  –  Kiko ha detto che un uomo e una donna hanno soltanto un problema profondo: dove ancorare il loro essere, il loro essere amati. Mancando un’esperienza di Dio lo puoi ancorare in una donna o in uomo… E quando questo essere amato viene meno, è tradito si aprono al nulla, all’inferno, al non essere. Ecco ciò che porta ad uccidere. Voler vedere in queste parole una “giustificazione dell’omicidio”, come è stato detto anche a Strasburgo da una parlamentare M5S, la dice lunga sulla pretestuosità e incapacità di ascoltare la logica e la ragione”.

Le comunità neocatecumenali hanno ritmi di vita precisi: ogni settimana si ritrovano per ascoltare la Parola, celebrare l’eucaristia, una volta al mese passare una giornata insieme. Per le famiglie, l’appuntamento clou, la domenica. Lo chiamano “celebrazione familiare”: pregano insieme, ascoltano una lettura del Vangelo e poi il padre chiede ai figli che cosa la lettura suscita in loro. Vengono fuori i problemi della scuola, le difficoltà fra i fratelli. Così, dicono, “formiamo i nostri figli”. “Anni fa  –  dice ancora don Pasotti  –  un seminarista spiegava di dovere la vocazione sacerdotale a suo padre: quando aveva 16 anni non volle più partecipare alle celebrazioni familiari. Suo padre tutte le domeniche mattine bussava alla porta della sua stanza e gli diceva: noi facciamo la preghiera. Quel bussare lo ha interrogato. Nel tempo ha capito che era un atto di amore. E ha ripreso a pregare fino a decidere di farsi prete”.

Dai frutti si riconosce l’albero. E di frutti, il Cammino, ne ha prodotti molti. Eppure le gerarchie soprattutto i primi anni, mostravano una certa diffidenza poi, a onor del vero, sempre superata dall’approvazione dei Papi di turno. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI chiesero al Cammino un adeguamento della liturgia interna ai libri della Chiesa. Francesco invece, se nel 2014 ha ricordato agli aderenti la necessità di una maggior attenzione verso chi, credente, non fa parte del Cammino stesso, nel 2015, ha ribadito: “Oggi confermo la vostra chiamata, sostengo la vostra missione e benedico il vostro carisma”. “Kiko  –  chiosa don Pasotti  –  non farebbe nulla senza l’approvazione papale. Al Family day, ad esempio, non sarebbe andato alla manifestazione senza prima ottenere l’assenso del presidente della Cei, Angelo Bagnasco, poi del cardinale Agostino Vallini e, infine, del Papa”.

 Paolo Rodari

Articolo originale su La Repubblica.

Articolo correlato: Femminicidio: il linciaggio mediatico contro Kiko Argüello

Per approfondire: Storia del Cammino Neocatecumenale

Per approfondire: Il libro: “Il Kerygma nelle baracche coi poveri” 

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