Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

Venerdì Santo: hanno ucciso Gesù in Kenya!


cristo velazquezMeditare la Passione di Cristo, meditare le parole e i gesti, i sentimenti e le emozioni di quel giorno santo in cui il Figlio di Dio è stato condotto sulla cima del monte e inchiodato su una croce, è un atto di pietà che molti santi e mistici hanno esercitato per raggiungere una unione spirituale più profonda e feconda col proprio maestro.

Se essere una cosa sola con Gesù Cristo è il culmine del cammino cristiano (non a caso i cristiani sono chiamati così, perché sono, o dovrebbero essere altri cristi), meditare sulla sua Passione è il cammino da percorrere per raggiungere questa mistica unione (cfr. Gal 2,20).

Santa Teresa di Gesù, mistica spagnola nata 500 anni fa ad Ávila, nella sua autobiografia (Libro de la Vida) racconta di quel periodo di crisi giovanile in cui viveva una “grande avversione per la vita di chiostro”, un rifiuto per le cose sante e per le realtà eterne che le procurava grande sofferenza. In quel periodo, afferma la santa, “il mio cuore era così duro che se avessi letto tutta la passione, non avrei versato una lacrima; e ciò mi faceva soffrire”.

Quante volte abbiamo letto o ascoltato le pagine della passione di Gesù raccontata dai Vangeli senza versare una lacrima? E’ vero che non si piange per la morte di chi non si ama, tanto meno per la morte di chi non si conosce. Ma i grandi santi che conoscevano e amavano Gesù non potevano restare indifferenti di fronte al racconto della Passione mentre venivano presentate alla mente le immagini di Cristo sofferente, sanguinante, dolorante; deriso, insultato e sputato; abbandonato, tradito dagli amici, schernito dai nemici; flagellato, torturato, crocifisso; assassinato.

Quando si parla della Passione di Gesù è concessa una certa licenza mistica che permette di immaginare con la mente e meditare col cuore dettagli che vanno al di là delle esatte parole trasmesse dai Vangeli. Santa Teresa parla di un “permesso” speciale  che il Signore ci da (licencia nos da el Señor) quando pensiamo alla Sagra Passione: “ci consente di immaginare maggiori particolari – circa le pene e i tormenti che in essa egli ebbe a soffrire – di quelli descritti dagli evangelisti” (cfr. Meditaciones sobre los cantares). Nel meditare sulla sofferenza di Cristo, la stessa santa Teresa, così come alcuni altri santi (tra cui san Francesco d’Assisi e san Pio da Pietrelcina) vissero la “transverberazione” del cuore, ossia l’esperienza fisica (vissuta un dolore fisico lancinante) del cuore trafitto da un oggetto pungente.

E’ questo il senso di alcune opere o trattati mistici sulla passione che ancora oggi conserviamo come una preziosa eredità di molti santi. Ad esempio il De Tristitia Christi (o “Gesù al Getzemani”) di San Tommaso Moro; le Meditazioni sulla Passione di Gesù Cristo di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori; le visioni sulla passione della beata Anna Katharina Emmerick (da cui trasse ispirazione Mel Gibson per il suo film The Passion) e tanti altri scritti dedicati alle sofferenze di Cristo.

Versare una lacrima pensando alla passione di Gesù è un certamente un dono, una grazia particolare che indica un grande amore per Nostro Signore, una gratitudine profonda per il suo sacrificio e la piena consapevolezza del proprio peccato che ha “meritato un così grande Redentore” (cfr. Preconio Pasquale).

Spesso la nostra esperienza ci mostra – al contrario dei santi – come siamo lontani dal lasciarci commuovere dalla passio Christi: spesso ascoltiamo distratti il racconto della passione restando a una distanza di sicurezza che ci impedisce di com-patire (patire assieme) Gesù. Forse il poco amore per Lui, forse la poca consapevolezza del nostro peccato, forse l’incapacità di comprendere a pieno l’entità del dono, del sacrificio della croce.

E’ per questo che ci fanno un grande servizio le rappresentazioni artistiche della passione: le immagini (le tante icone o sculture del Crocefisso, gli Ecce Homo o le Pietà), i canti (i tradizionali Stabat Mater o altri inni della passione), i film (La Passione e altri racconti cinematografici), i libri (i già citati testi dei santi e mistici), così come le poesie o le opere teatrali, le figure delle processioni della Settimana Santa.

Oggi Cristo muore ancora. E possiamo ancora rimanere indifferenti, lontani, freddi; possiamo ancora evitare di entrare nella passione di Gesù pensando che a noi bastano le nostre piccole o grandi croci quotidiane; possiamo ancora distogliere lo sguardo dall’obbrobrio dell'”Uomo dei dolori” (cfr. Is 53,3), dal Dio fatto verme, dall’innocente schiacciato e disonorato dall’uomo.

Ma possiamo ancora una volta guardarlo in faccia, guardare il suo corpo insanguinato, tumefatto dai colpi e mutilato senza pietà. Possiamo guardarlo nei cristiani uccisi per il Suo Nome che subiscono atroci violenze avvolti nel silenzio e nell’indifferenza nostra e del mondo intero. I martiri del Medio Oriente e dell’Africa che in questi mesi hanno subito la violenza assassina di uomini malvagi sono l’immagine viva di Cristo morente che subisce violenze inaudite fino alla sua morte.

Oggi Cristo è morto in Kenya, ieri in Egitto, l’altro ieri in Pakistan… la strage degli studenti kenioti (150 studenti uccisi dentro al Campus universitario di Garissa all’alba di giovedì santo) mostra nella sua crudezza l’immagine della passione di Cristo. Liberati i prigionieri musulmani, correligionari degli assassini jihadisti, i cristiani sono stati decapitati senza alcuna pietà. E’ la passione di Cristo che ritorna a noi, non già come un’immagine, una lettura o un racconto dettagliato, ma come una ripetizione attuale, tangibile, di quel sacrificio forse ormai troppo lontano per poterci commuovere.

Probabilmente il mondo resterà in silenzio, ma noi, di fronte a queste immagini saremo capaci di versare una lacrima?

 

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