Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

Archivi per il mese di “marzo, 2015”

Guerra ai cristiani: come e perché parlarne.

christiansLa situazione delle minoranze cristiane nel mondo, col passare degli anni, si inasprisce sempre di più. Le statistiche segnalano un incremento nel numero delle vittime e nella brutalità delle aggressioni. Esistono delle zone calde, intere regioni dell’Asia e dell’Africa, dove la vita dei cristiani è costantemente in pericolo. Nella maggior parte dei casi si tratta di paesi a islamici dove i cristiani sono vittime del disprezzo etnico e religioso, considerati appartenenti ad una razza inferiore e destinati alla completa assimilazione (conversione o sottomissione), all’esilio o alla morte.

Senza dubbio si può parlare di una vera e propria guerra contro i cristiani, una guerra dalle dimensioni gigantesche paragonabile ai peggiori genocidi avvenuti lungo la storia. Una situazione di questo genere non si verificava dall’epoca in cui, nell’Impero Romano, i primi cristiani venivano fatti massacrare dalle bestie con l’accusa di sovvertire l’ordine sociale e di disattendere le leggi e la religione imperiale. Oggi, con la nascita dello stato islamico e la paranoia jihadista, il numero dei cristiani uccisi per il solo fatto di essere cristiani si è quadruplicato.

Ma la strage dei cristiani non sembra preoccupare troppo l’Occidente la cui unica paura è che questa sanguinosa e crudele guerra varchi il Mediterraneo e si installi all’interno delle nostre frontiere. E’ per questo che la strage dell’11 settembre a New York, l’attentato dell’11 marzo 2004 a Madrid e – in ultimo – il massacro di Parigi negli uffici di Charlie Hebdo, hanno sconvolto il mondo più di quanto lo facciano le centinaia di migliaia di cristiani che ogni mese vengono massacrati senza motivo in paesi non molto lontani ma che rimangono comunque fuori dal nostro raggio d’attenzione. Dati alla mano, il cristianesimo è gruppo sociale più martoriato della storia: dai tempi di Gesù si calcolano circa 70 milioni di martiri, 45 milioni dei quali nel XX secolo (cfr. J. Allen, Global War on Christians, pp. 32-33).

Qualche tempo fa, dopo l’ennesimo eccidio perpetuato in due chiese di Lahore (Pakistan), papa Francesco ha manifestato il proprio cordoglio chiedendo che “la persecuzione contro i cristiani, che il mondo cerca di nascondere, finisca”.

cristianiIl giorno seguente, il direttore di un giornale cattolico italiano, vantava orgogliosamente di essere l’unico quotidiano a parlare della persecuzione contro i cristiani: l’unico ad onorare la memoria dei nuovi martiri e l’unico a raccogliere l’appello del papa che denunciava il silenzio complice della comunità internazionale.

La situazione reale, però, è un po’ diversa, e non ce ne voglia il direttore in questione, a cui va il merito di parlare di qualcosa di cui un giornale cattolico dovrebbe – per obbligo morale – parlare ogni giorno, investendo tutte le proprie forze, senza tregua. Se la missione di un giornale è quella di diffondere notizie vere, un giornale ufficialmente cattolico che non parli della guerra ai cristiani commetterebbe un doppio (e clamoroso) tradimento, venendo meno, in una sola volta e due principali missioni: come giornale e come giornale cattolico.

Dunque, a dire il vero, un giornale cattolico che vanti – come qualcosa di straordinario – di trasmettere la verità sui cristiani è come una stazione radio dedicata alla squadra di calcio della propria città che si vanti di essere l’unica radio a dedicarsi al propri beniamini, mentre le altre frequenze si perdono in musica e chiacchiere.  Ma c’è dell’altro. Non è del tutto esatto affermare che i media non si occupano delle stragi dei cristiani: spesso e nei casi più eclatanti (come per i recenti kamikaze di Lahore) i quotidiani nazionali ne hanno dato la notizia con ampio risalto: basta sfogliare, non solo i quotidiani cattolici come l’Osservatore Romano e l’Avvenire, ma anche La Stampa, Il Messaggero, Il Giornale, Libero, nonché gli organi ufficiali del pensiero unico laicista come Il Corriere della Sera o La Repubblica che, nelle centinaia di pagine pubblicate ogni giorno, riservano periodicamente qualche articolo a questa drammatica guerra.

Il punto è che, come ha fatto notare recentemente la giornalista de La Stampa Francesca Paci (autrice del libro Dove muoiono i cristiani), dei cristiani perseguitati si parla, ma dopo le breaking news, cala nuovamente il sipario e cristiani tornano “nell’angolo cieco della nostra visuale del mondo” (citando l’intellettuale Régis Debray): “troppo” cristiani per i terzomondisti e “troppo” esotici per l’Occidente.

Se ne parli dunque e se ne parli sempre soprattutto nei giornali cattolici perchè se nostro fratello fosse in pericolo di morte muoveremmo mari e monti affinché qualcuno ci aiuti a salvarlo. Se non ne parliamo metteremo in dubbio la nostra fratellanza oppure la reale gravità della situazione. Ma la situazione è grave e noi siamo fratelli.

Se ne parli dunque perché, se papa Francesco ha affermato che il mondo vuole nascondere questa strage, non è perché i giornali non ne parlino mai ma perché queste atrocità, appetibili solo per i nostri occhi mai sazi di sangue, non ci toccano più il cuore, e non toccano più il cuore della comunità internazionale, degli USA, dell’Europa, dell’ONU, sempre pronti ad intervenire per difendere i diritti delle minoranze offrendo sostegno e aiuto a categorie di persone che – seppur necessitate – non rischiano la vita come i nostri fratelli dell’oriente e del sud del mondo.

 Miguel Cuartero

Per approfondire: su questo argomento abbiamo pubblicato sul sito Romagiornale un articolo con un’interessante lista bibliografica di saggi sulla persecuzione ai cristiani (clicca qui).

Chi ha paura di papà? Il supereroe con qualche (inevitabile) difetto

papaDevo ammetterlo, non sono un grande esperto. Come papà sono un neonato, ho da poco compiuto il mio primo anno (solare) e questo 19 marzo è stata la mia seconda festa del papà. Di lavoretti per la festa del papà ne ho fatti tanti, più o meno egregiamente, ma non ne ho ancora ricevuto nessuno, e  dovrò aspettare un po’ di anni per vivere quel momento in cui mio figlio tornerà da scuola orgoglioso ed emozionato a consegnarmi ufficialmente quel lavoretto – frutto del suo impegno, della sua fantasia e, perché no, del suo amore, che per me avrà il valore di un diploma, o meglio, di una medaglia al merito.

Tra cinque anni, o forse prima (fanno qualcosa anche all’asilo?) avrò la conferma ufficiale che mio figlio mi riconoscerà davanti al mondo come il suo papà. Mi riconoscerà come il suo super eroe preferito, perché i bambini – a differenza degli adulti – sanno apprezzare più i pregi che i difetti delle persone. Per questo spero – e confido – di essere riconosciuto anche io come un eroe nonostante il fatto che sia una frana, che non sia affatto perfetto, che mi ostini a tifare la Roma, che ai mondiali gufi contro l’Italia (che veda solo giallorosso anche nelle bandiere nazionali), che legga solo libri religiosi, che vada troppe volte in Chiesa, che passi troppo tempo a scrivere articoli che nel migliore dei casi leggerà qualche familiare, che non giochi più bene a calcio come una volta, che non capisca niente di motori e che preferisca il Tour de France al circuito di Monza, che mangi il pane con la pasta, e che sia poco ecumenico, e tanti altre nefandezze… (il Padre perfetto non è di questo mondo, ma è Altro).

Più che come colui che gli ha dato la vita (evento lontano di cui non porta il ricordo), mio figlio mi riconoscerà come colui che lo protegge ogni giorno, che lo difende, che lo guida (anche con qualche urla o sculacciata) e che lo consiglia, concedendo dei sì e imponendo dei no. Speriamo.

Che il figlio riconosca il padre come padre, e non come un idiota rompiscatole qualunque che vive dentro casa imponendo le regole a caso, è qualcosa di essenziale. Prima la paternità era messa discussione quando i padri rifiutavano di riconoscere i propri figli biologici; ora invece (che i figli se non li vuoi riconoscere li riconosce la scienza per te e te li ri-appioppa) la paternità è in discussione quando sono i figli che rifiutano di riconoscere i loro padri. Ed è un bel problema, perché se al figlio non piace il papà e rifiuta di riconoscerlo come il proprio padre,quest’ultimo – deposto dal suo ruolo e svestito della sua autorità – il lavoretto se lo dovrà andare a comprare da solo a buon mercato per poi darselo in testa accompagnando l’amaro boccone con un buon bignè di San Giuseppe.

Il lavoretto fatto a scuola, a questo riguardo, acquista un valore simbolico tutt’altro che banale: il bambino, appositamente istruito ed aiutato dalle maestre e dai maestri, dedicherà qualche ora a preparare un disegno (senza uscire dai bordi), a imparare a memoria una poesia o a comporre qualche altro oggetto artistico, che assomigli a una cravatta, a una pipa o a una macchina, degno di una galleria del Tate Modern, da dedicare al proprio eroe quotidiano che non porta nessun travestimento particolare se non i pantaloni e – in qualche occasione – la cravatta.

Sarà faticoso perché a scuola, si sa, non si può copiare, e la concorrenza è spietata: il disegno della compagna di banco sarà semplicemente impeccabile (non esce mai dai bordi!), i suoi lavoretti piegati ed incollati alla perfezione e la sua poesia scorrerà veloce senza nessuna interruzione o titubanza! Ma ne varrà la pena, perché sporcarsi le mani coi pennarelli, ripetere duemila volte una filastrocca fino alla noia, incollarsi (per poi spellarsi) le dita con la colla (si usa ancora la Coccoina?!) sono solo alcune fatiche che bisogna pur affrontare una volta all’anno per consegnare al papà il riconoscimento che merita. Che poi non sia un lavoretto perfetto non sarà un problema: i papà sono indulgenti e guardano più al contenuto che alla forma, sanno chiudere un occhio, non esigono la perfezione, anche perché in quei momenti sono più emozionati e orgogliosi che attenti ai dettagli.

La ricompensa per il bambino, dopo tanta fatica e sudore, sarà il sorriso di papà, un abbraccio e forse un bignè alla crema. Gesti (e dolci) che il papà sarà ben grato di offrire (con la sensazione di non aver offerto nulla!) in cambio di vedersi riconosciuto, con un documento tangibile e firmato dal diretto interessato, quell’importante ruolo nella vita del figlio, il ruolo più grande (assieme quello della mamma!) che si può avere nella vita di una persona.

Per scoprire i difetti e le debolezze di questo invincibile eroe che è il papà, ci sarà tempo a sufficienza. Arriveranno – passaggio possibile, non necessario – quei demoni adolescenziali che, segnale d’abbandono dello stato di bambinezza, tenderanno a mostrare più i lati negativi (finalmente visibili ma esageratamente ingigantiti) di quelli positivi, contribuendo a dipingere nel peggiore dei modi colui che una volta fu un perfettissimo eroe; si potrebbe arrivare a pensare che il proprio papà sia il peggiore dei papà possibili e che il papà del vicino sia sempre il più bello, più moderno e più buono; si potrebbe arrivare a combattere quello che una volta fu invincibile alleato. In quei momenti il riconoscimento sarà un difficile esercizio di memoria e di razionalità.

Ma il papà che avrà ricevuto quegli inestimabili trofei che sono i lavoretti del proprio figlio, conserverà nel cuore (e nell’armadio) la consapevolezza del proprio ruolo e l’orgoglio del suo riconoscimento. Forte di quei lavoretti avrà pazienza come un saggio eroe la cui ira non esplode alla prima provocazione e il cui animo non si arrende alla sconsolata delusione. E gli antichi trofei saranno armi nel momento del bisogno.

Poi il ragazzo crescerà e imparerà ad amare ed onorare nuovamente il proprio eroe, nonostante i difetti (ora ragionevolmente evidenti). A quel punto sentirà il desiderio di tirar fuori dall’armadio i vecchi lavoretti per farne di altri e di migliori al fine di rimediare, recuperare, ricominciare. Ma si renderà conto che il tempo non torna, che il bimbo che fu e il suo perfettissimo eroe son rinchiusi in quei ricordi, che ora – da uomo a uomo – i difetti, i litigi, le incomprensioni non impediranno, bensì rafforzeranno, quell’amore.

I supereroi a volte fanno paura e oggi qualcuno ha paura del papà. Chi ha paura di papà pone un divieto inappellabile: il divieto di fare i lavoretti a scuola, perché sa bene che quel lavoretto è un riconoscimento ufficiale che manifesta al mondo un legame: un legame di donazione e sottomissione, ma allo stesso tempo – e proprio per questo – un patto d’amore così forte ed esclusivo che non permetterà le intrusioni di altre autorità o di altri nuovi fantomatici eroi.

Ma riconoscere il papà resterà un compito costante, un dovere fondante, una chiamata impellente: “Onora tuo padre e tua madre…“; proprio nel riconoscere il papà (a prescindere dai meriti checché ne dica il signor Benigni) risiede il segreto del successo e della felicità: “…Perché tu sia felice nel paese che il Signore tuo Dio ti darà“.

 

Miguel Cuartero

Giubileo della Misericordia: Francesco riapre la Porta Santa

Papa_Francesco paramenti violaRomagiornale – “Ho deciso di indire un giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio”, un cammino penitenziale per ricevere l’indulgenza e la misericordia di Dio, che avrà inizio l’8 dicembre del 2015, solennità dell’Immacolata Concezione, e si chiuderà il 20 novembre 2016  con la solennità di Cristo Re, “volto vivo della Misericordia del Padre”. Lo ha annunciato papa Francesco durante la celebrazione penitenziale nella Basilica di San Pietro nel terzo venerdì di Quaresima che da inizio all’iniziativa “24 ore per il Signore“. A due anni dalla sua elezione, e dopo tanti piccoli gesti che hanno contribuito a costruire l’immagine di un pontificato di rinnovamento e di riforma (l’ultima biografia del papa ha come titolo “The great reformer“, ossia, “il Grande riformatore”) ecco un gesto che passerà alla storia e segnerà una svolta nel cammino della Chiesa. Un gesto coraggioso, destinato a incidere profondamente nel cammino della Chiesa di Gesù Cristo, una comunità sempre in cammino verso il suo Creatore, chiamata a rimanere sempre in atteggiamento di conversione e di attesa.

Nelle ore che precedevano la celebrazione, in Vaticano, iniziava a girare la voce di un messaggio straordinario che il Santo Padre avrebbe pronunciato nel pomeriggio, ma sul contenuto del messaggio giravano solo ipotesi. Qualcuno pensava a un nuovo Concilio, altri ancora si lasciavano sfuggire la parola che fa paura e che due anni fa, sulle labbra di papa Benedetto, ha sconvolto milioni di fedeli: dimissioni.

Commentanto il brano del Vangelo di Luca in cui una donna “peccatrice” lava i piedi a Gesù, provocando lo scandalo dei farisei (Lc 7,36-50), papa Francesco ha sottolineato che “prima ancora dell’amore della peccatrice c’è l’amore di Gesù Cristo per lei”. In Gesù “c’è misericordia e non condanna”; è il “giudizio della Misericordia che va oltre la giustizia”.

La consuetudine nella Chiesa Cattolica è che i Giubilei si celebrino ogni 25 anni: l’ultimo Giubileo ordinario è stato il Grande Giubileo del 2000, celebrato da Giovanni Paolo II, il prossimo sarà nel 2025. Solo il Sommo Pontefice può indire dei Giubilei Straordinari dedicati a qualche ricorrenza importante o a qualche evento particolare che meriti l’attenzione e la preghiera di tutta la Chiesa. L’ultimo Giubileo Straordinario fu il “Giubileo della Redenzione” indetto dal papa San Giovanni Paolo II nel 1983.

Porta Santa della Basilica di San Pietro

Porta Santa della Basilica di San Pietro

Nel secondo aniversario della sua elezione al soglio pontificio, Papa Francesco apre nuovamente la Porta Santa mettendo le mani sul timone della barca della Chiesa per condurla con decisione e fermezza verso l’incontro con Dio, verso la conversione. In un momento storico delicato, in cui la barca di Pietro naviga in acque pericolose, in mezzo alla tempesta di un mondo che ha dimenticato e abbandonato Dio.

Un anno di grazia che porterà numerosi frutti spirituali, non solo ai fedeli della Chiesa Cattolica, ma a tutto il mondo, dove i cristiani sono chiamati ad essere testimonianza viva dell’Amore di Dio, sale e luce che danno sapore ed illuminano, annunciando Cristo Risorto dai morti, un evento che da senso alle nostre vite e alla storia degli uomini.

Già nell’Angelus del 11 gennaio di quest’anno, il papa aveva affermato: “C’è tanto bisogno oggi di misericordia ed è importante che i fedeli laici la vivano e la portino nei diversi ambienti sociali” e “Avanti! Noi stiamo vivendo il tempo della misericordia, questo è il tempo della misericordia!”.

 

Miguel Cuartero

 Articolo Originale

 

ANNI GIUBILARI NELLA STORIA

  • 1300: Bonifacio VIII
  • 1350: Clemente VI
  • 1390: indetto da Urbano VI, presieduto da Bonifacio IX
  • 1400: Bonifacio IX
  • 1423: Martino V
  • 1450: Niccolò V
  • 1475: indetto da Paolo II, presieduto da Sisto IV
  • 1500: Alessandro VI
  • 1525: Clemente VII
  • 1550: indetto da Paolo III, presieduto da Giulio III
  • 1575: Gregorio XIII
  • 1600: Clemente VIII
  • 1625: Urbano VIII
  • 1650: Innocenzo X
  • 1675: Clemente X
  • 1700: aperto da Innocenzo XII, concluso da Clemente XI
  • 1725: Benedetto XIII
  • 1750: Benedetto XIV
  • 1775: indetto da Clemente XIV, presieduto da Pio VI
  • 1825: Leone XII
  • 1875: Pio IX
  • 1900: Leone XIII
  • 1925: Pio XI
  • 1933: Pio XI
  • 1950: Pio XII
  • 1975: Paolo VI
  • 1983: Giovanni Paolo II
  • 2000: Giovanni Paolo II
  • 2015: Francesco

Negli anni 1800 e 1850 non ci fu il giubileo per le circostanze politiche del tempo.

 

Martiri o fanatici? Il sangue dei cristiani che sporca i nostri salotti

martiri coptiLe immagini dei 21 cristiani copti sgozzati dai miliziani dell’ISIS in riva al mare hanno fatto il giro del mondo. L’ennesimo video della propaganda del terrore islamico termina con l’inquietante scena delle onde del mare (lo stesso che bagna le spiagge italiane) che assorbono il sangue dei ragazzi egiziani rei di non credere in Allah, di non appartenere alla Umma, al grande popolo dei credenti.

La barbara uccisione dei cristiani, però, non ha commosso l’opinione pubblica al punto di sollevare il clamore popolare, di organizzare adunanze massive (di protesta, di solidarietà o di preghiera) nelle capitali europee o maratone televisive e radiofoniche monotematiche come di fatto è successo dopo l’attentato a Parigi. In quel caso milioni di persone – tra cui i più importanti governanti delle nazioni europee – mostrarono il loro disappunto e la loro solidarietà con le vittime scendendo in piazza, vestendo a lutto o mostrando slogan di solidarietà con i giornalisti di Charlie Hebdo. Ma la vita di un cristiano, si sa, non vale un granché, specialmente se si tratta di un cristiano d’oriente, una minoranza abituata a discriminazioni, persecuzioni, minacce ed uccisioni, il tutto passato sotto silenzio dai media e dalle organizzazioni internazionali (ONU e Amnesty International in primis)

I martiri copti non erano dei giornalisti laici e satirici che, matite e pennarelli in mano, difendevano i valori e i colori della laicità: fraternità, libertà (di stampa), uguaglianza e tolleranza; quindi non svolgevano un ruolo utile alla società occidentale. A dirla tutta, quei ragazzi non difendevano neanche la loro vita mentre venivano condotti come dei cani al guinzaglio dagli omoni islamici. L’unica cosa che sembravano difendere i giovani egiziani era la loro identità, o semplicemente, la loro fede, il loro Credo. Per questo sono stati disposti a morire rifiutando di sottomettersi ad Allah pronunciando la formula di adesione all’Islam imposta ai prigionieri infedeli.

bagdadQualche mese fa, quattro ragazzi cristiani sono stati decapitati dai jihadisti dello Stato Islamico per aver rifiutato di pronunciare la Shahada che recita: “Non vi è altro dio che Allah, e Mohammad è il Suo profeta”. E’ la prima e fondamentale kalima (insegnamento)  dell’Islam: la fede nell’unicità di Allah. Rifiutare di pronunciare la formula significa rifiutare di abbracciare la fede islamica e collocarsi automaticamente nel lato sbagliato del mondo: quello degli infedeli e dei bestemmiatori. Di questi tempi rifiutare la Shahada è semplicemente una autocondanna a morte. Così i giovani cristiani – che secondo le testimonianze risposero: “Noi vogliamo bene a Gesù e seguiamo solo lui” – sentenziarono la loro condanna a morte come bambini capricciosi, infedeli non sottomessi ad Allah.

Allo stesso modo nel cruento filmato dell’omicidio dei 21 cristiani copti si osserva che alcuni di loro, prima di venire sgozzati, pronunciavano sottovoce il nome di Gesù: una preghiera e una adesione di fede che è l’esatto contrario della Shahada. I 21 copti egiziani, così come i 4 bambini di Baghdad hanno preferito invocare il loro Dio e non il dio dei loro aguzzini, hanno preferito il dio di Gesù Cristo ad Allah, la preghiera del nome di Gesù al profeta Maometto. La questione può sembrare banale, ma non lo è se si guarda a ciò che succede nei nostri paesi occidentali e nei nostri salotti ecumenici e accoglienti.

Dopo l’attentato di Parigi del 7 gennaio 2015, difatti, i media europei si cimentarono in una forzata propaganda a favore dell’Islam e dei musulmani, volta a salvare la faccia alla religione di Maometto dopo la strage compiuta in nome di Allah. La propaganda – guidata dalla stampa e dai mezzi di comunicazione, il mainstream culturale gestito dalla sinistra – ha visto dei testimonial d’eccellenza come lo stesso presidente francese che ha tenuto a precisare che l’Islam non centrasse nulla con gli attentati dei terroristi. Nei giorni successivi all’attentato, i talk show, i salotti radical chic, i telegiornali, gli speciali radiofonici si concentrarono in un’apologia dell’Islam moderato quasi fosse la migliore religione possibile della storia. Non ci sarebbe da meravigliarsi che gli attentati di Parigi abbiano provocato indirettamente (e paradossalmente) – anziché un rifiuto – un nuovo avvicinamento all’Islam da parte dell’Occidente, e qualche conversione.

Si tratta dell’ultimo ed estremo tentativo della sinistra laica e progressista di democratizzare le religioni e di screditare l’idea di uno scontro di civiltà, scontro che, dall’altra parte del Mediterraneo, è molto più che un’ipotesi remota. Dunque – secondo il modo di vedere del pensiero dominante – per preservare la convivenza di Islam e Cristianesimo è necessario affermare che i terroristi islamici non sono islamici e che gli omicidi in nome di Allah non sono omicidi in nome di Allah, che la guerra agli infedeli non ha nessun connotato religioso e che – in realtà – l’Islam, quello vero, è bello perché moderato. D’altronde chi di noi, nei giorni che seguirono gli attentati a Parigi, non ha pensato almeno una volta a convertirsi all’Islam moderato?

Il punto è che se l’Islam è una religione di pace e di dialogo come ci insegnano i media, i libri scolastici, Obama, Boldrini, Hollande e altri maestri illuminati dei nostri giorni, questi atroci e bestiali atti di terrorismo non possono che nascere da menti disturbate, da qualche psicopatologia di origine sconosciuta che alimenta deliri di conquista di un regno grande quanto il mondo a costo di staccare la testa a tutti i propri oppositori. Una patologia di questo genere – in quanto sconosciuta – necessiterebbe di un’analisi e di una cura sperimentale e gli esperti potrebbero innanzitutto tentare di analizzare ciò che resterebbe se si togliesse ai pazienti sofferenti, ogni riferimento teorico alla religione islamica. Il risultato sarebbe interessante per la comunità scientifica. Resta dunque il fatto che separare, fino ad opporli, Stato Islamico ed Islam rende ancora più difficile comprendere cosa è veramente l’Islam e cosa è veramente l’ISIS.

A questo riguardo esiste un grosso pericolo all’interno del pensiero cattolico quello di un relativismo religioso, un sincretismo che non riconosca alcuna differenza tra le diverse religioni monoteiste come se fossero tutte egualmente buone, giuste e vere (2). Questa deriva della teologia cattolica, che poggia su esigenze di dialogo inter-religioso ma che che si lascia affascinare da un radicale relativismo, arriva ad affermare – come base per ogni dialogo – che musulmani e cristiani adorano “lo stesso dio” ma in modalità diverse. Purtroppo quest’idea – lungi dall’essere una fantasticheria di qualche sprovveduto – è profondamente radicata in molti ambienti: in ambito popolare, giornalistico, teologico, accademico e anche in alcuni componenti della gerarchia. Alla radice di questo equivoco c’è l’interpretazione di alcune dichiarazioni molto discusse del Concilio Vaticano II che definiscono i musulmani dei credenti che “adorano l’unico Dio”.

Dire che quello dei cristiani e quello dei musulmani non è lo stesso Dio è estremamente rischioso: è politicamente (e religiosamente) scorretto, si rischia di essere definiti intolleranti e incapaci di dialogare in modo costruttivo a pacifico. Inoltre affermare che si tratta di due concetti diversi (e spesso opposti) di dio include la possibilità di riconoscere l’invalidità – o per lo meno l’incompletezza – di uno dei due concetti. Un arduo lavoro, avendo ormai abbattuto le differenze tra il vero e il falso.

Al di là di questo relativismo di stampo occidentale (un musulmano o un ebreo non si permetterebbero mai di affermare che aderire al cristianesimo sarebbe adorare lo stesso loro dio senza rischiare di soffrirne le conseguenze) c’è qualcosa che potrebbe far riflettere e che offre una chiave di lettura diversa: è il volto del ragazzo che muore invocando Gesù Cristo e sono quei quattro ragazzi che rifiutano di pronunciare la Shadada. Avrebbero conservato la loro vita se avessero urlato che Allah è grande ed unico. D’altronde non è “grande” e “unico” anche il nostro Dio? Il dubbio che può sorgere è il seguente: se si tratta dello stesso dio, perché rifiutare di chiamarlo, solo per un attimo, per avere salva la vita, con un nome diverso? Se si tratta dello stesso dio, si può forse pensare che questi ragazzi cristiani abbiano esagerato un poco e si siano comportati come dei fanatici, eccessivamente invasati? Non sarebbero dunque eroi, ma cretini!

I musulmani sono forti perché non rinunciano così facilmente al proprio dio, non permettono che altri se ne approprino, non permettono che Allah si mascheri da supereroe restando lo stesso e cambiando nome; per questo sono capaci di morire. Basti osservare che la bandiera dello Stato Islamico recita chiaramente quello che è fulcro della loro fede, il motivo della loro lotte, del loro terribile avanzare e dello spargimento di sangue: “non c’è dio al di fuori di Allah”. Per loro, credere in dio che risponde ad un altro nome, non è assolutamente irrilevante (3)

Se il cristianesimo è ancora vivo è perché ancora oggi c’è qualcuno capace di difendere la propria fede, qualcuno capace di non svendere il proprio Dio al miglior offerente per onorare un dialogo interculturale o inter-religioso. Qualcuno che è capace di dire di no ad Allah e di invocare Cristo anche a costo di morire, così come fecero i tre giovani giudei del racconto del libro biblico di Daniele che rifiutarono il culto al re Nabucodonosor e il sacrificio offerto agli idoli per fedeltà al loro (unico, caspita!) dio, YHWH (Dn cap. 1 e 3)

La voce dei cristiani che invocavano Dio, l’univo vero Dio, è stata zittita dalle lame affilate dei combattenti di Allah e il loro sangue si è riversato sul nostro mare come un fiume. E mentre nei nostri salotti discutevamo e discutiamo, come in un delirio febbrile, di un’unica grande religione mondiale che chiama lo stesso dio in modi diversi, improvvisamente uno schizzo di sangue ha sporcato i nostri studi spaventandoci per un attimo. Nulla di grave, è solo un po di sangue, la macchia sul divano andrà via con qualche buon prodotto; che volete che sia? Sangue di nessuno, sparso da nessuno.

Intanto la furia islamica si è accanita, irrazionale e violenta, contro le statue assirie del museo di Mosul spazzando via a bastonate il patrimonio universale che testimonia una delle civiltà più antiche che sia la volta buona per tornare in piazza ad urlare “Je suis statue“.

 

 Miguel Cuartero

(1) “Il fatto di accettare o di non accettare il contenuto di questa formulazione crea tra gli uomini un’enorme differenza. Coloro che ci credono formano una comunità unica e quelli che rifiutano di credere costituiscono il gruppo avverso. I credenti progrediranno sulla via del successo in questo mondo e nell’altro, mentre il fallimento e l’ignominia saranno il risultato di coloro che rifiutano di crederci”. Abu-L’Ala Maududi, Conoscere l’Islam, Roma 1977, p. 75.

(2) “Il prerenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio). Cong. Dottrina della Fede, Dominus Iesus,  n° 4.

(3) Dennis Redmont, Responsabile della comunicazione al Consiglio per le Relazioni Italia e Stati Uniti, afferma che la prima domanda che i jihadisti fanno a un ostaggio è “di che religione sei?”. La risposta è il discriminante che condanna o salva la vita del prigioniero (fonte).

Discorso di papa Francesco al Cammino Neocatecumenale

papa bimboVenerdì 6 marzo 2015, in occasione dell’invio di 30 nuove “Missio ad gentes” in tutto il mondo, il Santo Padre Francesco ha pronunciato questo discorso ai fedeli presenti.

Cari fratelli e sorelle, buon giorno!
E grazie, grazie tante per essere venuti a questo incontro.
Il compito di Pietro è quello di confermare i fratelli nella fede. Così anche voi avete voluto con questo gesto chiedere al Successore di Pietro di confermare la vostra chiamata, di sostenere la vostra missione, di benedire il vostro carisma. E io oggi confermo la vostra chiamata, sostengo la vostra missione e benedico il vostro carisma. Lo faccio non perché lui [indica Kiko] mi ha pagato, no! Lo faccio perché voglio farlo. Andrete in nome di Cristo in tutto il mondo a portare il suo Vangelo: Cristo vi preceda, vi accompagni e porti a compimento quella salvezza di cui siete portatori!
Insieme con voi saluto tutti i Cardinali e i Vescovi che vi accompagnano oggi e che nelle loro diocesi appoggiano la vostra missione. In particolare saluto gli iniziatori del Cammino Neocatecumenale, Kiko Argüello e Carmen Hernández, insieme a Padre Mario Pezzi: anche a loro esprimo il mio apprezzamento e il mio incoraggiamento per quanto, attraverso il Cammino, stanno facendo a beneficio della Chiesa. Io dico sempre che il Cammino Neocatecumenale fa un grande bene nella Chiesa.
Il nostro incontro odierno è un invio missionario, in obbedienza a quanto Cristo ci ha chiesto e abbiamo sentito nel Vangelo. E sono particolarmente contento che questa vostra missione si svolga grazie a famiglie cristiane che, riunite in una comunità, hanno la missione di dare i segni della fede che attirano gli uomini alla bellezza del Vangelo, secondo le parole di Cristo: “Amatevi come io vi ho amato; da questo amore conosceranno che siete miei discepoli” (cfr Gv 13,34), e “siate una cosa sola e il mondo crederà” (cfr Gv 17,21). Queste comunità, chiamate dai Vescovi, sono formate da un presbitero e da quattro o cinque famiglie, con figli anche grandi, e costituiscono una “missio ad gentes”, con un mandato per evangelizzare i non cristiani. I non cristiani che non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo, e i tanti non cristiani che hanno dimenticato chi era Gesù Cristo, chi è Gesù Cristo: non cristiani battezzati, ma ai quali la secolarizzazione, la mondanità e tante altre cose hanno fatto dimenticare la fede. Svegliate quella fede!
Dunque, prima ancora che con la parola, è con la vostra testimonianza di vita che manifestate il cuore della rivelazione di Cristo: che Dio ama l’uomo fino a consegnarsi alla morte per lui e che è stato risuscitato dal Padre per darci la grazia di donare la nostra vita agli altri. Di questo grande messaggio il mondo di oggi ha estremo bisogno. Quanta solitudine, quanta sofferenza, quanta lontananza da Dio in tante periferie dell’Europa e dell’America e in tante città dell’Asia! Quanto bisogno ha l’uomo di oggi, in ogni latitudine, di sentire che Dio lo ama e che l’amore è possibile! Queste comunità cristiane, grazie a voi famiglie missionarie, hanno il compito essenziale di rendere visibile questo messaggio. E qual è il messaggio? “Cristo è risorto, Cristo vive! Cristo è vivo tra noi!”.
Voi avete ricevuto la forza di lasciare tutto e di partire per terre lontane grazie a un cammino di iniziazione cristiana, vissuto in piccole comunità, dove avete riscoperto le immense ricchezze del vostro Battesimo. Questo è il Cammino Neocatecumenale, un vero dono della Provvidenza alla Chiesa dei nostri tempi, come hanno già affermato i miei Predecessori; soprattutto san Giovanni Paolo II quando vi ha detto: «Riconosco il Cammino Neocatecumenale come un itinerario di formazione cattolica, valido per la società e per i tempi odierni» (Epist. Ogni qualvolta, 30 agosto 1990: AAS 82[1990], 1515). Il Cammino poggia su quelle tre dimensioni della Chiesa che sono la Parola, la Liturgia e la Comunità. Perciò l’ascolto obbediente e costante della Parola di Dio; la celebrazione eucaristica in piccole comunità dopo i primi vespri della domenica, la celebrazione delle lodi in famiglia nel giorno di domenica con tutti i figli e la condivisione della propria fede con altri fratelli sono all’origine dei tanti doni che il Signore ha elargito a voi, così come le numerose vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata. Vedere tutto questo è una consolazione, perché conferma che lo Spirito di Dio è vivo e operante nella sua Chiesa, anche oggi, e che risponde ai bisogni dell’uomo moderno.
In diverse occasioni ho insistito sulla necessità che la Chiesa ha di passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 15). Quante volte! Questa è la cosa più importante da fare se non vogliamo che le acque ristagnino nella Chiesa. Il Cammino da anni sta realizzando queste missio ad gentes in mezzo ai non cristiani, per una implantatio Ecclesiae, una nuova presenza di Chiesa, là dove la Chiesa non esiste o non è più in grado di raggiungere le persone. «Quanta gioia ci date con la vostra presenza e con la vostra attività!» – vi ha detto il beato Papa Paolo VI nella prima udienza con voi (8 maggio 1974: Insegnamenti di Paolo VI, XII [1974], 407). Anch’io faccio mie queste parole e vi incoraggio ad andare avanti, affidandovi alla Santa Vergine Maria che ha ispirato il Cammino Neocatecumenale. Lei intercede per voi davanti al suo Figlio divino.
Carissimi, che il Signore vi accompagni. Andate, con la mia Benedizione.

 Al termine della udienza Kiko ha fatto dono al Santo Padre di questa icona.

Al termine della udienza Kiko ha fatto dono al Santo Padre di questa icona.

fonte: Vatican.va

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