Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

“Non scambiatevi un segno di pace”: l’Eucaristia e i segni svuotati (1)


sanpietroepaolo

Scarica il testo della lettera:  LETTERA CIRCOLARE (PDF)

“Non scambiatevi un segno di pace!” Così sembra consigliare una lettera circolare che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha inviato a tutte le conferenze episcopali del mondo sul rito della Pace durante la celebrazione eucaristica.

Il metodo è sempre lo stesso: di fronte agli abusi e agli eccessi liturgici, ma anche di fronte alle deformazioni dovute agli errori, alle consuetudini o alle usanze delle comunità cristiane sparse in tutto il mondo, ogni tanto, dai Sacri Palazzi, viene approvato qualche documento (firmato dal Prefetto di turno) per correggere gli errori e consigliare il modo più giusto di comportarsi.

Gli interventi in materia liturgica sono come la potatura: “La potatura – recita l’enciclopedia – è necessaria solo quando si nota nella pianta qualche problema o qualche ramificazione troppo estesa, che può ledere il benessere e la produttività (sia in termini di crescita generale sia in quanto a fiori e frutti)”. Siccome si da il caso che questa pianta (la celebrazione eucaristica) abbia spesso delle ramificazioni troppo estese (abusi), è giusto intervenire (potatura) per mantenere quella unità storico-geografica che ha caratterizzato l’eucarestia nei secoli e nel mondo [1].

Ma da qui a ridurre ogni segno alla sua più minima espressione per ridimensionare ogni eccesso di forma e ogni esasperazione simbolica, ce ne vuole. Lo scopo della lettera è “moderare il gesto” di pace che suscita, con i suoi eccessi, troppa confusione. Secondo la circolare, la pace deve essere un segno sobrio, moderato, dato soltanto ai vicini di panca in modo silenzioso (proibiti i canti) e composto (senza muoversi dal proprio posto) , evitando gesti familiari (abbracci) e profani (baci). Il sacerdote, infine, non deve muoversi dall’altare ma rimanere al proprio posto senza scomporsi. Insomma: “Scambiatevi un segno di pace, se proprio lo volete, ma fate presto perché inizia l’Agnus Dei!” (La lettera non dice cosa fare nel caso in cui nel raggio di due metri non ci sia seduto nessuno e non fossimo in grado di estendere il braccio oltre la sua lunghezza naturale per dare la pace senza muoverci dal nostro posto).

E’ vero che in alcune occasioni il momento della pace è considerato una pausa per prendere una boccata d’aria, salutare l’amico, o il festeggiato di turno (durante le prime comunioni, cresime o matrimoni, un po’ meno ai funerali), fare i complimenti per la scelta del vestito, andare al bagno, fumare una sigaretta, scaricare la posta sul cellulare, informarsi sul risultato della partita in corso (in Italia c’è sempre una partita in corso), questa è spesso una triste realtà che in alcuni casi risulta molto difficile da gestire; in questi casi è doveroso arginare tumulti e fracassi “da mercato” o da “fine-primo-tempo”! Ma non è sempre così. L’altra faccia della medaglia vede il gesto della pace ridotto a un meccanico e disinteressato “qui-la-mano-fratello” senza nessun tipo di trasporto emotivo ne tanto meno spirituale. In effetti, il più delle volte, il rito della pace è considerato un rito secondario, una gara contro il tempo: riuscire a stringere più mani sconosciute possibili prima che il sacerdote attacchi con “l’Agnus Dei” e che i più furbi inizino a formare le file per avere la comunione per primi (dovesse finire!)… è una bella sfida! Insomma le assemblee sono anonime, le mani sudaticce e il tempo non è molto, anzi, ormai è tutta discesa… manca poco per andare in pace! Nelle nostre liturgie, il gesto di pace, a dire il vero, è già ridotto ai minimi termini!

Entrambi gli estremi (rilassamento totale nel primo caso, freddo distacco nell’altro) chiedono una catechesi di sensibilizzazione e una formazione liturgica che aiuti l’assemblea a “scambiarsi la pace” in modo dignitoso ed efficace. Ma da ciò che si vede nelle parrocchie (non so quale parrocchia frequentino i monsignori della Sacra Congregazione) la pace sembra un gesto da rafforzare più che da ridimensionare.

Giusto intervenire per correggere ma, in questo caso, la medicina rischia di essere più nociva della stessa malattia: alleggerire i segni fino ai minimi termini può finire per svuotarli di tutta la ricchezza di significati che essi contengono. La celebrazione eucaristica, infatti, è ricca di simboli e di gesti che parlano da soli, che contengono in se stessi profondi significati teologici. Non a caso nella chiesa antica, i catecumeni venivano avvicinati ai misteri sacramentali tramite dei riti e dei gesti che solo posteriormente venivano spiegati dal Vescovo in tutta la loro ricchezza spirituale, liturgica e teologica (le cosiddette “catechesi mistagogiche”). Prima parlava il segno e dopo il Vescovo.

Ridurre alla extrema ratio i simboli vuol dire privarsi della immediatezza di significati e della profondità dei loro significati sposando una concezione liturgica “verbale” più che “gestuale” col rischio di ottenere celebrazioni più fredde e schematiche, ragionate prima ancora che vissute. A traverso questa circolare, la congregazione per il Culto Divino invita a ridurre ancora di più la portata simbolica di un rito già evidentemente in crisi. Non sarebbe forse meglio invitare i fedeli a vivere questo breve rito con maggiore autenticità ed eloquenza (le Costituzioni Apostoliche affermano  “Salutatevi con un bacio santo”, non con timide strette di mano e sorrisi cortesi) anziché limitarsi a richiamare all’ordine, alla compostezza e alla brevità? Il gesto vuole significare il perdono tra i fratelli prima di accedere al banchetto eucaristico secondo il mandato di Gesù (Mt. 5,23-24), la pace donata da Cristo Risorto (Gv. 20,19), la fine dei rancori, dell’odio, delle invidie, la richiesta del perdono e l’accesso alla piena comunione ecclesiale…

La pace è simbolo dell’agape, dell’abbraccio, forte e smodato quanto si vuole, tra persone (di ogni lingua, razza, nazione e condizione sociale) che scoppiano di gioia e che son diventati fratelli e sorelle in virtù di quel Mysterium Paschale che stanno celebrando! In realtà tutta la celebrazione eucaristica è una festa di riconciliazione e di pace, è la celebrazione della pasqua caratterizzata dalla gioia tipica di questa festa, dove risuonano gli echi dell’Exultet della santa notte, una gioia esplosiva, la “gioia cosmica” della risurrezione, che tiene viva la festa e che avvolge, non solo, tutta l’assemblea ma il mondo intero.

Sembrerebbe che l’interesse della Chiesa negli ultimi decenni, dal Concilio Vaticano II in poi, sia stato quello di ridurre tutti i gesti alla loro espressione minima rendendo sempre più difficile (meno immediata) la loro lettura simbolica. Si sa che il linguaggio simbolico proprio della liturgia è un linguaggio intuitivo, affettivo, poetico, che colpisce la memoria, ha una immediatezza data dalla vicinanza al linguaggio comune, alla quotidianità, lontano da ogni spiegazione concettuale, dai manuali, dalle enciclopedie, dai trattati. Durante la celebrazione eucaristica, preghiere, gesti, canti, movimenti e posizioni del corpo, riti e i vari elementi materiali (immagini sacre, acqua, fuoco, candele, fiori, pane, vino, olio, incenso…), tutto parla al cuore del fedele che partecipa alla celebrazione. Ma ridurre questi gesti (che sono a servizio della fede, alimentandola e rafforzandola) potarli, arginarli, non avrà una seria ripercussione sul loro valore comunicativo? (Cfr. Aldazabal José, Gestos y Simbolos, CPL)

A lasciare perplessi è il punto secondo cui la pace può essere omessa in alcuni casi se lo si ritiene “pedagogicamente sensato” mentre in alcuni casi il gesto “deve essere omesso”! Questa frase desta perplessità perché se non si è voluto spostare il rito della pace prima dell’offertorio (come da antica tradizione, come già avviene nel rito Ambrosiano, nelle chiese orientali e come ha chiesto papa Benedetto XVI, cfr. SC, 49) per non creare “cambi strutturali al messale Romano”, come mai questo rito si può omettere dalla celebrazione senza nessun inconveniente strutturale?[2] A quanto pare, secondo il Vaticano, è meglio omettere la pace che correggerla. Quali sarebbero i motivi per cui sarebbe da ritenere non conveniente scambiarsi la pace? Verrebbe da pensare che se un sacerdote decide di non far scambiare la pace ai fedeli è probabile che si tratti di un problema di orologio: un appuntamento (con un amico, con un cuscino o con una forchetta) a cui non può certamente arrivare in ritardo.

Se si trattasse di un problema di tempo sarebbe un po come la “forma breve” delle letture proposte dai lezionari: sembra, infatti, che non sia conveniente far ascoltare tutta la parabola del Seminatore ai fedeli, potrebbero stancarsi troppo e chiedere una riduzione delle letture… O forse se si legge tutto il dialogo di Gesù con la Samaritana i fedeli si  potrebbero affaticare troppo stando in piedi e manifestare il loro malcontento. Non sarebbe meglio ottimizzare i tempi riducendo la lunghezza delle letture e alleviando così la fatica degli ascoltatori? Ecco quindi la forma breve dei Vangeli con brani sapientemente esclusi dalle parentesi, quadre e rosse!

A questo proposito, ad alcuni preti, dovrebbero consigliare la “forma breve” dell’omelia e, anziché tagliare il Vangelo, accorciare la predica. E’ storicamente provato, infatti, che una omelia lunga porta alla crisi di fede più di quanto lo facciano delle lunghissime letture; viceversa ci sono più conversioni a causa dell’ascolto del Vangelo piuttosto che dovute a una lunga ed erudita omelia. A meno che non si abbia il carisma degli apostoli o dei santi predicatori come Ambrogio, Agostino o quel Giovanni che tutti chiamavano Crisostomo ovvero “Boccadoro” (Κρυσοστομος) per la eloquenza, la bellezza e la forza della sua predicazione.

In fine, motivi “pedagogici” per cui la pace dovrebbe essere omessa non sono per nulla evidenti. Evidentemente il problema del rito della pace, non è un problema legato alla durata dell’eucarestia (visto che prende pochi minuti). Forse anticipare il gesto dopo le preghiere universali (cosa teologicamente e liturgicamente inappuntabile) sarebbe stata una decisione saggia in funzione del corretto svolgimento del rito, in maniera composta ma senza particolare fretta. Resta l’impressione che la Congregazione abbia una idea un po confusa su come ci si scambi la pace nelle celebrazioni domenicali, un gesto fin troppo cordiale e distaccato rispetto all’invito paolino “salutatevi con il bacio santo”. Eppure, di fronte a tanta fredda cordialità e distacco, arriva un richiamo alla moderazione e alla pacatezza, come a dire: “Non scambiatevi un segno di pace”!

 

***

NOTE
[1] A questo proposito consiglio vivamente la lettura del libro di Riccardo Pane: “Liturgia Creativa” un libretto simpatico e leggero ma quantomai vero nelle descrizioni e nella denuncia dell’eccessiva “creatività”.

[2] Durante la celebrazione ci sono due momenti in cui si colloca la pace (secondo due tradizioni entrambe antichissime): prima della presentazione dei doni e della Preghiera Eucaristica (Chiese orientali, chiesa Ambrosiana) oppure alla fine della Preghiera dopo il Padre Nostro (rito Romano). “Bisogna dire però, che purtroppo, facendo il gesto in questo momento dopo il Padre Nostro, ndr.), c’è il rischio di oscurare l’importanza di quello che segue, sminuendone la centralità: la frazione del pane”. R. Reyes, Lettere tra cielo e terra, Cantagalli 2012, p. 203. Il testo più antico della tradizione cristiana che parla dello scambio della pace è di San Giustino e colloca il segno subito dopo le preghiere universali: Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio» (San Giustino, Apologia I, 65; 67, cit. in CCC, n. 1345).

 

Scarica il testo della lettera:  LETTERA CIRCOLARE (PDF)

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Un pensiero su ““Non scambiatevi un segno di pace”: l’Eucaristia e i segni svuotati (1)

  1. ¡Wow! En cuanto logré entender me pareció estupendo el comentario.

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