Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

Lampedusa e la retorica buonista della politica italiana


barcone_immigrati5001Nel pieno di una settimana critica per la politica italiana, la dolorosa strage di Lampedusa ha sconvolto l’Italia e, forse, (magari!) tutta l’Europa.
La vicenda, però, sembra aver scosso molto meno quei paesi da cui le vittime fuggivano, paesi retti da regimi tutt’altro che democratici e governati da signori indifferenti delle sorti dei propri sudditi. Se dall’Italia si alzano voci di cordoglio, parole di sdegno, si discutono soluzioni e si osservano minuti di silenzio nelle scuole e nei campi di calcio, dal Medio Oriente, dal nord Africa, dai capi religiosi musulmani e dai governi islamici non si alza nessuna autorevole voce di dissenso per questa tragedia (né di tutte le altre tragedie) che, purtroppo, ha inizio proprio nei loro territori.

Se l’Occidente si è illuso con le recenti svolte democratiche di alcuni stati mediorentali, ci accorgiamo che il lavoro da fare è ancora tanto. Altro che Primavere soleggiate, il dramma di quei paesi, lo capiremo dopo, non è essenzialmente politico, ma religioso (e dunque antropologico), dove regimi teocratici di ispirazione islamica calpestano la dignità e i diritti di uomini, donne e bambini, in nome di un ordine apparentemente voluto e imposto da dio.

Naufragio-Lampedusa-migranti-23-770x395Intanto in Italia, scossi da una delle più gravi stragi legate all’immigrazione, i signorotti della politica – quelli in giacca e cravatta oligarchici e quelli in abiti più sportivi e colorati per meglio rappresentare i compagni del popolo – alzano la voce per dire la loro sul fatto e sul da farsi. Da destra e da sinistra salgono tutti sul carro (funebre) con slogan che valgono un rilancio sulla pagina politica, come sciacalli che frugano in mezzo ai cadaveri.

Così il redivivo, restaurato e rinnovato Alfano, il pastore buono delle pecore italiane Napolitano, la presidenta rivoluzionaria Boldrini-basta-pranzi-in-famiglia, la paladina della giustizia Bonino, il ciclista dottore Marino, la migrantista Kyenge e molti altri che hanno approfittato dell’evento per snocciolare, con facile retorica, discorsi pieni di pathos che scuotono il sentimento popolare.

Sul fatto accaduto lo scandalo, il cordoglio, la tristezza è generale, come è normale e giusto che sia di fronte a un dramma di tali dimensioni. Sul lavoro da farsi i pareri sono discordanti e qui parte la vergognosa campagna politica. Tutta la sinistra ha approfittato dell’evento per accusare la legge Bossi-Fini, attualmente in vigore, che regola il problema dell’immigrazione clandestina con una serie di norme (tra cui il reato di clandestinità) definite troppo severe e poco accoglienti verso lo straniero; una legge poco consona allo spirito di accoglienza indiscriminata voluto da  Kyenge, Bonino, Boldrini e compagnia cantante (di compagni si tratta). Insomma da sinistra si accusa la legge Bossi-Fini (discriminatoria, razzista, nazionalista) di aver riempito la barca di povera gente disperata e di averla fatta affondare uccidendo centinaia di innocenti. La severità di questa legge sarebbe alla base della tragedia. Il collegamento tra le due cose non è facile da trovare, ma l’occasione sembra buona per cambiare l’iniqua legge.

lampedusa 2La soluzione che propongono è dunque una non-soluzione: cambiamo la legge e, la prossima volta, andiamogli incontro prima che naufraghino. Magari andando sulle coste africane e accogliendoli direttamente lì per portarli a Roma, dove Marino ha deciso di accogliere tutti gli immigrati appena arrivati, per la buona pace dei romani e la gioia dei lampedusani.

Dal canto suo, la destra, ha approfittato per attaccare le politiche del ministro dell’integrazione che vorrebbe abolire il reato di clandestinità e aprire le porte dell’Italia (e dell’Europa) a chiunque voglia entrare. E’ così che Lega Nord mette le morti degli immigrati sul conto della sinistra colpevole morale per aver lanciato menssaggi di accoclienza troppo confortanti e illusori per chi partiva dalle coste africane. Come a dire: “gira voce che in Italia c’è spazio e ti danno la cittadinanza appena arrivi!”.

E subire per primi il ridicolo di questi retorici e ipocriti sproloqui sono soprattutto gli abitanti dell’isola, che da tempo lamentano una situazione invivibile a causa della presenza sempre più alta di immigrati senza casa, senza lavoro, senza cibo e nessuno che si preoccupi di loro. Tra poco la campagna politica si sposterà su altri temi (probabilmente su Berlusconi che è sempre di moda) e gli immigrati rimarranno sull’isola o cercheranno di partire (come? aiutati dai lampedusani?) per trovar miglior fortuna nel nord.

Le idee per non essere banali sono poche, si sà, ma qualcuno ha avuto un lampo di genio ed ecco che la genialata è sulla bocca di tutti. Alfano, che ha il cuore d’oro, ha visto la sofferenza dei lampedusani e ha suggerito di consegnare un premio-sopportazione all’isola, al fine di richiamare l’attenzione del mondo sul problema. Qui si trovano tutti d’accordo: Premio Nobel per la Pace a Lampedusa, dunque, per l’eroicità dell’accoglienza. In fondo premiare Lampedusa vuol dire premiare l’Italia e nessuno può dissentire senza sentirsi traditore. Tutti sono d’accordo: a destra e a sinistra, sopra e sotto; aspettiamo il verdetto di Oslo. Ma d’altronde si sa, per avere il Premio Nobel per la Pace non bisogna mica essere San Giovanni Paolo II (che di fatti non lo ha mai ottenuto), basta essere popolare o volerlo diventare, o basta che ti venga appioppata la candidatura da chi non sa bene neanche che sentimenti hai nei confronti della pace.

Intanto sulla rete circola un video che mostra l’esasperazione dei lampedusani per i quali la pace tanto desiderata vorrebbe qualcosa di più che un premio o un riconoscimento al valore.

Ma alla radice del problema non ci va nessuno volentieri; sarebbe contro i principi della bontà universale (da tempo sposata con matrimonio indissolubile dall’Occidente)  segnalare che dall’altra parte del Mare Nostrum (o Mostrum?) esiste un problema serio che non cambierà certo correggendo una nostra legge.

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